Thursday, March 24, 2005

SUI FATTI D'UNGHERIA DEL 1956

http://www.homolaicus.com/storia/contemporanea/ungheria/ungheria_56.htm


Nel maggio del 2004 l’Ungheria entrerà nell’Unione Europea assieme a molte altre colonie tedesche. Per i lavoratori ungheresi ci sarà poco da festeggiare. Dopo aver assaggiato per tanti anni le delizie dell’occupazione politica sovietica si stanno ora sorbendo le meraviglie dell’occupazione economica dell’imperialismo tedesco.  

Tra pochi anni si festeggeranno i cinquant’anni dai fatti d’Ungheria. Verranno senza dubbio presentati come un primo tentativo del popolo ungherese di tornare alla “libertà”, almeno alla forma di libertà che hanno in mente gli intellettuali borghesi, quella che si compra in banca. Immaginiano già quali orribili deformazioni storiche subiranno quegli eventi per accontentare le smanie revisioniste della nascente borghesia ungherese. Come forma preventiva di controinformazione, anche se non potremo certo fermare questa riscrittura della storia in stile orwelliano, forniremo qui una breve sintesi di una pagina gloriosa del movimento operaio ungherese e mondiale, la rivoluzione del 1956.  

***

La seconda guerra mondiale fu l’episodio più sanguinoso della sanguinosa storia dell’uomo. I capitalisti tedeschi, giapponesi e italiani volevano conquistare un impero alle spalle dei vecchi dominatori. L’imperialismo anglosassone concepiva il conflitto come una guerra di annientamento tra nazisti e Unione Sovietica. Sperava in un sol colpo di liberarsi dei suoi nemici. Ma le cose andarono diversamente e dovettero correre ai ripari con il “secondo fronte” in Normandia e cercando di terrorizzare la classe operaia di tutto il mondo, oltre all’Urss, con la bomba atomica su Hiroshima.

La guerra ebbe in diversi paesi una conclusione rivoluzionaria, con la nascita di eserciti di liberazione nazionale, milizie operaie, la crescita di partiti socialisti e comunisti. Ma a differenza della prima guerra mondiale, dove la rivoluzione russa aveva aperto una stagione rivoluzionaria in tutto il mondo, il seme della rivolta fu soffocato molto presto dai dirigenti del movimento operaio. Nei paesi occidentali, i riformisti e gli stalinisti disarmarono la resistenza, riconducendola nell’orbita del parlamentarismo borghese. Nell’Europa orientale fu l’Armata Rossa a reprimere la rivoluzione.

La classe operaia est-europea accolse l’Armata Rossa con gioia, ma ben presto capì che l’esercito “socialista” non aveva alcuna intenzione di aiutarli a prendere il potere. Nel ’44 in Bulgaria, le milizie operaie rastrellavano le città, i consigli dei soldati epuravano l’esercito. Tutto ciò venne distrutto dall’arrivo dell’armata “della classe operaia”. Lo stesso accadde in ogni altro paese dell’est.

L’Armata Rossa aiutava il reinsediamento dei vecchi politici borghesi (spesso conservatori se non alleati aperti dei fascisti, ora presentati come “amici del popolo”). Per anni gli stalinisti furono stretti alleati delle borghesie nazionali di questi paesi. Ma con il piano Marshall e la politica aggressiva di “contenimento” dell’imperialismo anglo-americano, lo stalinismo cambiò strada e decise di trasformare i paesi occupati in altrettanti stati “socialisti”, ovvero regimi burocratici a economia pianificata. Nel far questo non trovò nessuna resistenza. La borghesia di questi paesi, compromessa con il nazifascismo, era socialmente e politicamente irrilevante. La classe operaia vedeva positivamente l’eliminazione del capitalismo ma non aveva strumenti politici per opporsi alla dittatura burocratica, dato che le sue organizzazioni erano state risucchiate dall’apparato stalinista.

La burocrazia sovietica riuscì così a estendere enormemente la sua influenza sia diretta sia indiretta. Non solo, dopo la rivoluzione di Mao, un terzo del mondo era stalinista, ma nei restanti due terzi i partiti stalinisti avevano un peso politico enorme. In paesi occidentali come Italia e Francia avevano un quarto dei voti e milioni di militanti. Controllavano sindacati, movimenti guerriglieri, intellettuali. Il mondo sembrava decisamente andare nella direzione del Cremlino. Opporsi allo stalinismo significava essere un guerrafondaio yankee.  

In Ungheria la situazione dei lavoratori era ancora più tragica. I vecchi dirigenti operai erano stati uccisi dagli stalinisti, come capitò a Bela Kun leader della rivoluzione del ‘19, o dai fascisti di Horty. La difficile situazione economica del paese era aggravata dai duri risarcimenti di guerra pretesi dall’Urss. Prima del piano Marshall, l’Urss concepiva i paesi conquistati solo come mucche da mungere. Dopo il piano, cambiò tattica e spinse questi paesi a seguire la strada della stalinizzazione dell’economia.

Nel marzo del ’48, in Ungheria fu passata la legge che nazionalizzava le imprese con oltre cento addetti e collettivizzava le terre alla maniera russa degli anni ’30. Queste misure furono accolte con entusiasmo dai lavoratori, ma le loro condizioni di vita restarono pessime e nei posti di lavoro non aumentò la democrazia, mentre venivano esaltati il cottimo e le altre forme di barbarie produttivista (come lo stachanovismo). Privi di ogni canale di espressione della propria rabbia, i lavoratori la esprimevano in sabotaggi, assenteismo, scarsa produttività.  

Il ’48 fu anche l’anno dello scontro Tito-Stalin. Che la cosa preoccupasse davvero il Cremlino lo dimostrano, tra l’altro, le cifre di espulsione dai partiti: centinaia di migliaia in Cecoslovacchia Romania, Ungheria; si celebrarono processi farsa sullo stile di quelli del ’36 e anche in questo caso molti imputati si dichiararono colpevoli.  

La morte di Stalin aprì uno spiraglio. La classe operaia dei paesi dell’Est vide la possibilità di dire la sua sulla situazione sociale e politica del paese. Nel ’53 gli edili berlinesi iniziarono una dimostrazione sulla Stalin Allee che presto si trasformò in sciopero e in rivolta, repressa nel sangue. Nella primavera-estate del ’56 si sviluppò un analogo movimento in Polonia e di nuovo, gli stalinisti non trovarono di meglio che cannoneggiare gli scioperanti. Essendo del tutto disorganizzati, i lavoratori poterono andare all’offensiva senza aspettare il consenso delle proprie organizzazioni, ma se questo permise un inizio più rapido, impedì anche una resistenza più tenace.

La disorganizzazione non è mai una virtù, nemmeno quando è accompagnata da un eroismo così sfrenato. In quel periodo i lavoratori ungheresi avevano già dato prova di combattività organizzando scioperi nelle acciaierie di Matyas Rakosi e nel quartiere-isola di Csepel ma anche nelle città orientali di Ozd e Diosgyor. Protestavano contro i salari bassi, la mancanza di cibo, le condizioni di lavoro. A Csepel, bastarono 48 ore di sciopero per ottenere una vittoria totale, per quanto il regime era terrorizzato dalle manifestazioni.  

Imre Nagy divenne primo ministro come conseguenza di questa spinta e parlò di “nuovo corso”. Tra le misure introdotte dal governo ci fu l’amnistia per i prigionieri politici, l’abolizione dei campi di lavoro, in generale una minore repressione e censura. Le masse, che avevano portato al potere Nagy, colsero l’occasione al volo. Come sempre accade nelle rivoluzioni, l’aria nuova viene annusata prima dagli intellettuali. Un gruppo di giornalisti del quotidiano Szabad Nep cominciò a dare voce a questo ambiente. Mosca reagì mettendo alla porta Nagy. La presidenza dell’associazione degli scrittori si dimise in blocco e scrisse una lettera aperta chiedendo libertà di espressione. La burocrazia reagì con la repressione, che a sua volta condusse alla nascita del circolo Petofi che cominciò una serie di dibattiti pubblici.  

La situazione era davvero esplosiva, mancava solo l’accensione della miccia e a questo pensò il XX congresso del PCUS, nel febbraio del 1956, con quella che sembrava la totale sconfessione dei crimini dello stalinismo. Fu come una diga che si rompeva. Sembrava che effettivamente la burocrazia sovietica stesse facendo autocritica per i crimini dello stalinismo. Ovviamente non si trattava di questo, ma il rapporto di Kruscev bastò a spingere le masse alla riscossa. Il Circolo Petofi cominciò a organizzare dibattiti pubblici, prima sul XX congresso, poi su una serie di temi, dalla filosofia alla storia, all’economia e cominciò a essere frequentato da centinaia di lavoratori in cerca di una guida. Da parte loro, gli intellettuali non fecero nulla per coinvolgere la classe operaia, anzi la maggior parte di loro conservava paralizzanti illusioni nei dirigenti “socialisti”. Ma nonostante questo, la classe utilizzò questo spiraglio, per quanto ridotto, per scendere in campo.

I primi ribelli furono puniti con pene lievi, si sperava ancora di risolvere tutto con le buone. Ma non andò così. I lavoratori cominciarono a proporre cambiamenti che ruotavano attorno allo slogan di “un genuino autogoverno operaio”, in sintesi, il programma dei bolscevichi.  

Nell’estate del 1956, la situazione cominciava ad essere critica per la burocrazia. Il processo rivoluzionario l’aveva profondamente spaccata, con la nascita di una corrente riformista che chiedeva il ritorno di Nagy. In luglio la burocrazia fu costretta a rimpiazzare l’odiato Rakosi come segretario del partito. L’autunno si annunciava dunque rovente.  

Il detonatore della rivoluzione, come sempre, fu un evento secondario, casuale. Il 6 ottobre si celebrava la commemorazione di Laszlo Rajk, una delle vittime delle purghe staliniste degli anni 40. la burocrazia sperava che i lavoratori si sarebbero accontentati di questa sorta di funerale riparatore e la cosa sarebbe passata inosservata. Ma al funerale parteciparono 200.000 persone. Alla fine della cerimonia, diverse centinaia di manifestanti cominciarono a marciare verso il centro con bandiere ungheresi e bandiere rosse cantando canzoni rivoluzionarie e urlando “non ci fermeremo, lo stalinismo va distrutto”. Dieci giorni dopo, all’università di Szeged, gli studenti chiesero la fine dell’obbligo di studiare russo e scesero in sciopero. Decisero anche di costruire un’organizzazione studentesca indipendente e inviarono delegati alle altre università per chiedere sostegno. Il fermento tra gli studenti segnalava l’arrivo di una tempesta sociale.  

Durante la visita del leader Gero in Iugoslavia, iniziarono una serie di riunioni. Il 22 ottobre, in una riunione durata una giornata intera, gli studenti del Politecnico di Budapest votarono una lista di 16 richieste e convocarono una manifestazione per il giorno dopo in solidarietà con i lavoratori polacchi. Il giorno dopo la manifestazione cominciò in modo disordinato. La gente si riuniva ma non sapeva che fare. Si aveva timore di manifestare, non c’erano strutture di lotta. Ma la comprensibile titubanza degli studenti fu rotta con l’entrata in scesa del proletariato. Tra le richieste degli studenti che attiravano i lavoratori c’era il ritiro dell’esercito sovietico e rivendicazioni sulla produzione, con la fine dello stachanovismo e della repressione nelle fabbriche, ma anche rivendicazioni politiche sulla fine del monopartitismo ed elezioni democratiche. Quando finì il primo turno di lavoro, cominciarono ad affluire in massa gli operai delle fabbriche della capitale.  

Il nucleo della ribellione, per numerosità e coscienza, fu, dall’inizio alla fine, Csepel la rossa, l’isola sul Danubio, tradizionale cuore operaio della città. Spesso a muovere le critiche erano proletari iscritti al partito, genuinamente convinti, in queste fasi iniziali, di poter “persuadere” i dirigenti della bontà delle proprie argomentazioni. D’altra parte, alle prime manifestazioni il partito non sapeva come rispondere e temporeggiava le masse non avevano ancora le idee chiare. C’era chi concedeva alla burocrazia il beneficio del dubbio, chi riponeva fiducia in Nagy. Il comportamento della burocrazia chiarì le idee a tutti. Mentre faceva finta di cedere ad alcune richieste, preparava la repressione tramite l’AVH, la polizia segreta. 

Il 23 ottobre, alla fine di una enorme assemblea organizzata dal circolo Petofi, i partecipanti diedero vita a un corteo non autorizzato con decine di migliaia di persone. Era una nuova rivoluzione d’ottobre. Il programma dei manifestanti era chiaro e piuttosto avanzato:

1. solidarietà internazionale (soprattutto con la Polonia)
2. eguaglianza dei rapporti con l’Urss, autodeterminazione
3. autogestione operaia delle fabbriche
4. cacciata della burocrazia, elezioni libere e segrete per tutti i partiti operai.


Come si vede, non c’era alcun appiglio, in queste rivendicazioni, che giustificasse l’idea di una spinta al ritorno al capitalismo. Tra le altre cose, i manifestanti erano intransigenti su una condizione: chi non accettava le conquiste dell’economia nazionalizzata non aveva diritto di parola. Gero, tornato nel paese, fece una dichiarazione brutale alla radio, denunciando i manifestanti come nemici del popolo e minacciandoli di arresto. Il discorso infiammò la situazione. Un gruppo di manifestanti si recò al palazzo della Radio per chiedere il diritto di replica. Altri andarono al parlamento chiedendo a Nagy di parlare.  

La manifestazione del 23 ottobre segnò una svolta nella situazione. Davanti al parlamento, la folla, ormai radunatasi a decine di migliaia, forse cento, centocinquanta mila persone, veniva fronteggiata svogliatamente dalle forze dell’ordine. Capendo lo stato d’animo della polizia, i manifestanti presero coraggio. Anziché disperdersi continuarono a radunarsi. A un certo punto, un nutrito gruppo si fece coraggio, si diresse verso la statua di Stalin e iniziò a spingerla. Subito accorsero centinaia di persone. La statua venne rovesciata. Prevaleva un clima d’animo di calma di gioia. Ancora per poco.

La statua di Stalin riversa a terra fu il segnale per la controrivoluzione, che era giunto il momento di agire. Una delegazione di operai entrò nel parlamento filtrando tra le file degli uomini dell’AVH (la polizia politica). Di loro non si seppe più nulla. La folla, in attesa del loro ritorno, cominciò a spazientirsi. L’atmosfera di tranquilla gioia venne rotta improvvisamente. Le mitragliatrici dell’AVH cominciarono a sparare dalle finestre e dai tetti; la gente rispose con le armi prese alla polizia, ma fu comunque un massacro.  

Si trattò di una delle più infami atrocità della rivoluzione. Il massacro di civili disarmati di fronte al parlamento il 25 ottobre. All’epoca si disse che erano stati i soldati russi. Ma non fu così. I soldati russi di stanza a Budapest non erano affidabili come carnefici della classe operaia. Furono le mitragliatrici della polizia segreta che cominciarono a sparare non appena giunsero nella piazza due tank russi, chiaramente passati dalla parte dei manifestanti, con a bordo diverse persone in festa.  

Saputa la notizia, i lavoratori delle fabbriche di armi iniziano a convergere in città armati fino ai denti; molti poliziotti e soldati si uniscono ai rivoltosi, l’insurrezione armata è al suo apice. Gran parte dei rivoluzionari era giovanissima, spesso di soli dieci, dodici anni. E' subito chiaro che la burocrazia ungherese non ha nessuna speranza di fermare la rivoluzione, essendogli rimaste fedeli a mala pena le sparute squadre di AVO, che peraltro cominciano ad essere catturate e fucilate dai rivoluzionari. Nagy decide di chiamare i carri russi. La rivoluzione procede rapidamente, i soviet di lavoratori e studenti formano un consiglio generale di Csepel e di Budapest in assemblea permanente.  

Il primo appello di Nagy alla resa viene accolto dai lavoratori con lo sciopero generale e la costruzione di barricate. Appena affluiscono in città i carri russi vengono immediatamente attaccati da gente spesso armata di sassi o bastoni, ma a volte anche da postazioni di cannoni ben presidiate. Casalinghe, operai, studenti delle elementari ora portano fucili e munizioni; si tratta di migliaia di eroi pronti a sacrificare la propria vita per fermare l’esercito più forte e combattivo del mondo. La sproporzione tecnica è certo enorme, ma non è l’aspetto decisivo. Non sono le pallottole l’arma più efficace per fermare i proletari in divisa russi, sono le parole, è la rivoluzione stessa.

I soldati russi sono sconcertati dalla risposta violenta alle incursioni, non si aspettano gente disarmata assaltare una colonna di tank; molti fraternizzano con la rivolta. L’AVH decide allora di usare la tattica di sparare dai tetti sui tank russi per provocare la loro risposta. Una delegazione di rivoltosi chiede all’AVH di togliere la stella rossa (simbolo dell’oppressione sovietica) dalla cupola del parlamento. Viene massacrata. La popolazione risponde prendendo con le armi le caserme dell’AVH, incendiandole e linciando gli agenti.  

Quanto ai soldati ungheresi, le notizie di unità passate con la rivoluzione erano tali, che la burocrazia non se ne servì praticamente mai. Il loro ruolo repressivo fu del tutto marginale. Ma le stesse unità dell’Armata Rossa erano così inaffidabili che a partire dal 29 ottobre, il Cremlino decise di farle allontanare da Budapest.  

Nelle settimane seguenti si vide il fiorire della rivoluzione. Si formarono centinaia di consigli operai, analoghi ai soviet della rivoluzione bolscevica. La vita rifioriva libera nelle fabbriche, nei quartieri, nei caffé. In breve i consigli operai divennero gli unici organismi decisionali del paese. Si erano aperte le prigioni, gli ungheresi assaporavano la libertà politica formando i partiti più disparati (l’unica condizione posta era alle nuove formazioni era che riconoscessero il controllo operaio). I lavoratori stavano prendendo il potere nelle loro mani. Questo si rifletteva su tutti gli strati sociali. L’esercito aveva eletto il comitato rivoluzionario dell’esercito popolare ungherese, braccio armato del comitato rivoluzionario di difesa; gli studenti, i giornalisti, i poeti, stavano formando organizzazioni rivoluzionarie. La rivoluzione cominciava a diffondersi nelle province e nei villaggi, soprattutto quelli a più alta concentrazione operaia, dove cominciavano ad eleggersi consigli operai, inviando rappresentanti a Budapest.  

Fu il punto più alto della rivoluzione, ma ne mostrò anche la debolezza. I consigli operai erano del tutto sconnessi tra di loro. Ce ne erano alcuni che avevano preso il controllo della fabbrica o di un’intera città e avevano stabilito la vera dittatura del proletariato; altri erano pieni di spie, gente incerta o erano ancora guidati dai vecchi quadri del partito. Non essendosi organizzati prima, provarono a unificarsi durante la rivolta, con ovvie difficoltà. Ciononostante ci provarono.

Le rivendicazioni dei consigli sembravano prese dal programma dei bolscevichi. Spaziavano dagli adeguamenti salariali al controllo operaio sulla produzione, dall’abolizione del cottimo alle milizie operaie. Si trattava di un programma leninista che gli operai ungheresi applicarono ovunque riuscirono a prendere il potere. Ma allo stesso tempo gran parte dei lavoratori manteneva fiducia verso il nuovo governo Nagy, che utilizzava le spinte dal basso per liberarsi dall’abbraccio soffocante di Mosca.

Nagy chiamò al governo personaggi non compromessi col regime e dichiarò l’uscita dal Patto di Varsavia. I lavoratori avevano così tanta fiducia in Nagy che ci fu un accordo per finire lo sciopero generale il 5 novembre. Nel frattempo si susseguivano gli scontri con l’AVH.  

Se bastasse l’eroismo per vincere una rivoluzione, i lavoratori ungheresi avrebbero vinto. Ma purtroppo, anche l’eroismo più indicibile non è sufficiente. Privi di un partito rivoluzionario, confinati in un paese con gli stessi abitanti di Mosca, i lavoratori ungheresi non avevano scampo. La loro unica salvezza sarebbe stata l’estensione dell’incendio rivoluzionario in Germania e Polonia, che avrebbe permesso ai lavoratori di avere il tempo per costruire un contropotere stabile, riducendo anche la pressione militare su Budapest. Ma questo fu lo stesso ragionamento che si fecero al Cremlino. Dare tempo ai lavoratori di organizzarsi sarebbe stato un favore davvero troppo grande.  

Nei primi giorni di novembre alcuni delegati operai avevano inviato segnali di allarme a Budapest sui movimenti di truppe al confine. All’alba del 4 novembre l’artiglieria pesante, l’aviazione e varie divisioni corazzate cominciarono a martellare la capitale e altre città. Anche stavolta, non appena i carri entrarono in città vennero attaccati e spesso distrutti. Durante il primo assalto, l’Armata Rossa aveva colpito meno duramente i quartieri operai come monito per il futuro; ora non ci fu nessun monito, à la guerre comme à la guerre. Csepel venne rasa al suolo.

Sebbene la vittoria sovietica non fosse in discussione (l’Armata Rossa aveva portato in città un carro armato ogni cento persone), la tattica utilizzata fu la più dispendiosa possibile sul piano delle perdite, perché? Una colonna di carri può penetrare facilmente in una zona pianeggiante o collinosa e costringere il nemico ad arretrare, ma che senso ha impiegare i tank nelle strade, dove la visibilità è poca e si spara alla cieca? La logica avrebbe voluto che si utilizzasse la fanteria leggera, magari con l’appoggio dell’artiglieria e dell’aviazione. Ma quanti operai e contadini russi inviati a Budapest per massacrare i propri fratelli avrebbero deciso invece di unirsi a loro? Se persino interi equipaggi di tank si erano schierati con la classe operaia ungherese, è facile prevedere che molti reggimenti sovietici avrebbero resistito poche ore prima di unirsi ai propri compagni. Così, l’errore di lasciare i carri a pattugliare le strade non fu compiuto due volte.

Nel secondo attacco i soldati arrivarono da zone interne dell’URSS (spesso non parlavano russo né tanto meno un’altra lingua europea) con il compito di “respingere truppe imperialiste che avevano assalito l’Egitto” e furono subito spediti dentro l’abitato a fare piazza pulita. Ma la rivoluzione passa persino per le feritoie di un tank: “La disciplina era scarsa. Quanto più a lungo i soldati russi rimanevano in Ungheria, tanto più chiaramente percepivano la verità. Alcuni si erano già aggregati alla guerriglia sulle montagne. Molti altri dovettero essere disarmati e rispediti in Russia, in vagoni sigillati, perché rifiutavano di eseguire gli ordini.”[1]  

Gli ordini impartiti alle colonne di tank erano chiari: punire la classe operaia di Budapest. I carri avanzavano lentamente nei viali della città, annientando sistematicamente la resistenza, colpendo palazzi, scuole, rifugi per i feriti. Nonostante l’ovvia sproporzione di forze, la classe operaia tornò in azione. Si proseguì lo sciopero generale, si attaccarono i tank con ogni mezzo a disposizione. I combattimenti più duri furono nelle zone proletarie della capitale, Csepel, Ujpest, Kelenfold, Angyalfold, Zuglo. Un combattente di Csepel, Mark Molnar, cacciato dall’esercito durante il regime Rakosi, e che faceva il minatore durante la rivoluzione racconta: “la nostra vita era semplice. Otto ore combattevamo, otto ore lavoravamo in fabbrica per costruire le armi e otto ore riposavamo”.

Intanto il Cremlino compì la sua piccola vendetta su Nagy, fermando la macchina dell’ambasciata iugoslava che lo conduceva in salvo e traendolo in arresto. Venne fucilato in seguito. Oggi ha un monumento dietro al parlamento ungherese che lo ritrae, molto a proposito, in mezzo a un ponte, indeciso sul da farsi. Ma ovviamente l’obiettivo erano i consigli operai. Le fabbriche più ribelli vennero circondate e distrutte; Csepel viene presa casa per casa. L’Armata Rossa occupò i quartieri operai e le fabbriche e aiutò la ricostruzione del regime di Kadar. Ma la classe operaia rifiutava di piegarsi e continuava a scioperare. La resistenza armata era vinta. L’unica arma rimasta ai lavoratori era lo sciopero.  

Con il rigido inverno ungherese alle porte, il governo cercava disperatamente di ristabilire la produzione di carbone, necessario anche per la produzione di energia elettrica. Ma i lavoratori insistevano con le loro richieste. Il regime rispondeva con le torture, gli arresti, le intimidazioni. Il consiglio operaio centrale di Budapest reagì formando milizie segrete.

Le richieste dei soviet operai erano basate sulla democrazia operaia:

1. la fabbrica è dei lavoratori
2. la gestione della fabbrica spetta al consiglio operaio eletto democraticamente da tutti i lavoratori
3. il consiglio operaio elegge un organo esecutivo espressione dei lavoratori
4. il direttore è un impiegato della fabbrica, deve essere eletto dal consiglio su mandato dell’assemblea di fabbrica
5. il direttore risponde al consiglio di fabbrica delle sue azioni.


I consigli operai utilizzavano, senza saperlo con ogni probabilità, le regole della democrazia operaia proposte da Lenin in Stato e rivoluzione. Stipendi operai per tutte le funzioni. Eleggibilità e revocabilità di ogni carica. Questa opportunità veniva utilizzata spesso, perché durante la rivoluzione la coscienza delle masse corre in avanti e anche gli organismi più democratici tendono a rimanere indietro. La vita di questi consigli si può paragonare solo alla democrazia operaia vista durante la rivoluzione bolscevica. 

Nonostante la repressione brutale, il consiglio operaio centrale di Budapest venne costituito a soli dieci giorni dal secondo intervento sovietico. La sua natura di classe si può desumere dalle sue rivendicazioni:

1. il ritiro delle truppe russe dal paese
2. libertà di partecipare alle elezioni per tutti i partiti che accettavano i consigli operai
3. proprietà socialista dell’industria
4. controllo operaio e sindacale della produzione
5. ristabilimento dei diritti politici sindacali e civili.


Naturalmente, nei consigli operai c’era molta varietà di idee sul loro ruolo. Partecipavano a questi consigli comunisti che avevano militato nel partito prima della sua stalinizzazione, giovani senza esperienza. Alcuni ritenevano che i consigli dovessero limitarsi a gestire la fabbrica. Altri vedevano la necessità di un loro coordinamento per la gestione dell’intera società. Questo fermento, nonostante la rivolta fosse stata domata, dimostra che almeno fino a tutto il 1956 restava una situazione di dualismo di poteri. Proprio il 4 novembre, una delegazione di operai della città di Borsod venne inviata da Nagy per chiedere lo scioglimento del parlamento e l’elezione di una assemblea nazionale basata sui soviet operai.  

Per sua natura, il dualismo di poteri non è una situazione che possa durare a lungo. O la classe operaia procede verso l’espropriazione politica definitiva dei suoi nemici, o questi, passata l’ondata di piena della rivoluzione, cominceranno a radunare nuovamente le forze. Di fronte alla prospettiva della nascita di un consiglio nazionale dei lavoratori, convocato per l’11 dicembre, il governo Kadar aumentò enormemente la propria attività di repressione. Cominciò con il rendere illegali tutti i consigli operai non di fabbrica. L’11 dicembre arrestò i dirigenti del consiglio operaio centrale di Budapest: il che portò ad uno sciopero generale di 48 ore. Ma la repressione stava avendo la meglio. Lo sciopero non riuscì. I consigli operai vennero sciolti dalla AVH. Scioperi e una resistenza sporadica continuarono per mesi e l’ultimo consiglio operaio venne chiuso solo nell’autunno successivo. Ma la reazione aveva vinto.  

Alla fine il governo fucilò almeno 10.000 persone. Altre stime dicono 50.000 (di cui circa 5.000 russi). Gli stalinisti di tutto il mondo spiegarono allora che si trattava di un tentativo di colpo di stato fascista. Dato che di fascisti a Budapest non se ne vedevano e il programma della rivolta sembrava estratto da un opuscolo bolscevico, tutta l’attenzione fu concentrata sul cardinale Mindszenty. Questo sarebbe stato il capo del tentativo controrivoluzionario. Come sempre, i servi costituiscono il frangente comico anche nelle situazione più tragiche. La cosa più divertente, in questo caso, non è tanto che durante la rivoluzione il buon cardinale dovette cercare rifugio nell’ambasciata americana perché non gradito ai lavoratori, ma che nell’unico proclama pubblico fatto da questo signore, si dichiarò a favore dei consigli operai. Un cardinale a sinistra di tutti i dirigenti “comunisti” del mondo.  

Naturalmente, tutti i burocrati (da Tito a Mao a Hoxha), a prescindere dalle loro momentanee divergenze con Mosca, furono solidali con la linea del Cremlino nella repressione. Allo stesso modo, i partiti comunisti occidentali approvarono il massacro. Le conseguenze furono notevoli. Il PCI perse 300.000 militanti. Il partito comunista britannico entrò in crisi. Ma tutto ciò fu un prezzo minimo da pagare per la burocrazia sovietica di fronte alla lezione impartita ai lavoratori ungheresi e di tutto il mondo. 

I risultati della rivoluzione ungherese furono impressionanti. La costruzione del consiglio operaio di Budapest, la nascita, fallita per poco, di un consiglio nazionale dei soviet con un chiaro programma di democrazia socialista, la vittoria sulla repressione militare dello Stato ungherese e dell’Armata Rossa, che dovette aspettare rinforzi per riprendere l’iniziativa militare. L’esempio del coraggio dei lavoratori ungheresi, la rapidità con cui giunsero ai compiti storici loro affidati, senza un partito rivoluzionario, sono esempi eterni per la classe operaia di ogni paese. Come si sa, la storia è scritta dai vincitori. E subito dopo aver schiacciato la rivoluzione, dopo aver macellato il fiore della classe lavoratrice ungherese, gli stalinisti costruirono la leggenda del golpe fascista. Ai lavoratori di Budapest, oltre alle proprie memorie e a una città distrutta, le loro gesta portarono un solo cambiamento: al posto della statua di Stalin ne venne messa una di Lenin.    

Bibliografia  

* Anderson et alii, Ungheria ’56. La comune di Budapest. I Consigli Operai
* Fryer P. Hungarian Tragedy
* Grant E., Hungary and the Crisis in the Communist Party
* Grant J., Hungarian revolution 1956, forty years on
* Kopacsi S., In nome della classe operaia
* ONU, Rapporto sui fatti d’Ungheria


[1] Anderson et alii, Ungheria ’56. La comune di Budapest. I Consigli Operai, p. 176.

1 Comments:

Blogger crazy horse said...

Gli stalinisti non c'erano più, comandava Krusciev, ed è lui che ordinò il massacro. Pertanto invece di citare stalinisti o fascisti, si dica semplicemente comunisti. Per meglio chiarire : comunisti = massacratori del popolo e della classe operaia. Altri giri di parole fanno ridere

5:36 AM  

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